Recensione: “Tavole separate” (Usa, 1958) di Delbert Mann

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Negli anni Cinquanta un gruppo eterogeneo di persone sole ed infelici si ritrova nella modesta pensione Beauregard di Bournemouth (Inghilterra): da qui parte la narrazione di “Tavole separate” (Separate tables), film americano in bianco e nero del 1958. Delbert Mann racconta le vicende degli ospiti (permanenti o temporanei) dell’albergo con garbo e grazia, supportato da un cast stellare in cui spiccano David Niven, Deborah Kerr, Burt Lancaster e Rita Hayworth.

Ogni personaggio ha la sua storia: ci sono la giovane Sibyl (D. Kerr) lì con la madre e innamorata del maturo maggiore Pollock (D. Niven); c’è lo scrittore John (B. Lancaster); c’è una giovane coppia di fidanzatini e un nutrito gruppetto di anziani che ha scelto la pensione di Pat Cooper (Wendy Hiller) per passare una vita tranquilla e programmata. Tutto cambia con l’arrivo di Ann (una Hayworth ancora una volta femme fatale), ex modella ed ex moglie di John, che è ora fidanzato con Pat e di uno scandalo che coinvolge il maggiore Pollock.

“Questa pensione sta diventando un asilo infantile!” è il primo commento che provoca Ann al suo ingresso: l’età media degli ospiti della pensione, infatti, è decisamente più elevata di quella di una seppur giovane modella ancora nel fiore degli anni ma è anche una battuta che chiarisce bene il tono del film, una commedia dolce amara (non lo definirei drammatico). Un racconto di solitudini che si incontrano (come Sybil e il maggiore), che si ritrovano (come John e Atavolenn) o che restano tali. Pat, infatti, è l’unica a rimanere sola alla fine ma, come fatto notare da una delle pensionanti, “lei è un tipo solitario, autosufficiente”, che si dimostra la figura più forte del gruppo ma decisamente la più sola.

Basato sull’omonima pièce teatrale del 1954 di Terence Rattigan, questo film corale è un’opera delicata dove nulla è ostentato, solo accennato. Nel finale, quando tutti siedono ai loro tavoli separati per la colazione, il rappacificamento tra le coppie viene fatto solo intuire, senza grandi slanci appassionati o scene commoventi.

Ambientato interamente all’interno della pensione, si basa tutto suwendylla recitazione e la bravura degli attori che sono valsi al film due premi Oscar: a David Niven come miglior attore protagonista e a Wendy Hiller come migliore attrice non protagonista. Di fatto, però, non si riesce ad affezionarsi realmente ai personaggi spesso deboli o viziati. A spiccare è davvero solo la figura di Pat, padrona della pensione ma anche saggia e lungimirante consigliera distaccata.

Una piccola curiosità: il titolo del film è lo stesso della canzone di apertura. Non sono riuscita a trovare informazioni se sia o meno stata scritta apposta.

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